E' comune assai antico dell'ex Circondario di Lodi, capoluogo di Mandamento situato nella vasta e fertile pianura posta fra il Po e l'Adda, fra Lodi e Cremona.

Il Goldaniga narra che l'anno 222 A.C. il console Cotta venisse a conflitto qui coi Galli, seguendone sanguinose perdite d'ambo le parti: e che qui si riedificasse Codogno, lasciando in tal modo,  indeciso se Codogno esistesse anche in tempi anteriori.

Codogno, secondo taluni, deriverebbe dal nome del console romano Aurelio Cotta (Cottoneum). Altri, ne deriverebbero il nome dalla estesa coltivazione del melo cotogno che era fatta nel territorio; tra l'ipotesi agricola e quella militaresca, se ne aggiunge una terza, forse più concreta, proposta dal geografo Giuseppe Nangeroni, il quale rifacendosi all'abbondanza di acque che irrigavano la zona compresa fra Po, Adda e Lambro, suggerisce la derivazione da "Cò d'ogno", ovvero capo o sorgente di un ruscello, ricordando che i galli usavano dire "onno" o "ogno" per corso d'acqua.

Gravissime vicende la borgata avrebbe subito nei tempi di mezzo (specie dopo il periodo dei re Longobardi e di Carlo Magno), come il paese più popoloso che s'incontra appena al di qua del Po, in vicinanza della strada detta Romea.

Da taluno si vuole che la Motta, o il castello di Codogno, come anticamente si chiamava, venisse fabbricata nel 763; perché in una delle sue quattro torri, abbassate nel 1722, vi si trovò scolpita una tale indicazione.

Bisogna arrivare fin quasi al  1000 per trovare notizie certe dell'esistenza di Codogno come centro abitato e precisamente in un diploma scoperto dal Muratori, con cui l'imperatore Ottone III di Sassonia conferma ad un suo fido conte Ruggero il possesso di parecchi castelli posti nel territorio; compaiono i nomi di molti comuni limitrofi e tra essi "Codugno".

Dai conti di Comazzo i beni codognesi passarono al vescovo di Lodi con conferma  (1164) da parte dello stesso Federico Barbarossa. I vescovi di Lodi tennero a lungo sotto la propia giurisdizione Codogno, ritenuto uno dei migliori castelli del vescovado, cinto da fortificazioni e mura, malgrado frequenti liti e contrasti con vari signorotti locali che tentavano di usurparne il potere: finché nel 1441 il signore di Milano Filippo Maria Visconti passò il feudo alla famiglia dei Fognani e quindi ai Trivulzio. Francesco Sforza confermava nel 1453 il feudo ai Trivulzio, sanzionando anche in tal modo la separazione di Lodi da Codogno, da quel momento elevato a rango di "borgo".

Se il comune aveva già cominciato ad esistere di fatto anche durante lo "status" feudale, com'è attestato dalla continua crescita della sua produzione agricola, dal fiorire del commercio e dell'industria, è proprio con la sanzione di autonomia giuridica di "borgo" che Codogno assurge a polo di attrazione  per i paesi vicini, quasi capitale di un piccolo Stato che si estendeva oltre i confini della Bassa lodigiana, nel Cremonese, nel Piacentino e nell'alto Milanese.

Una testimonianza interessante della volontà di indipendenza dei codognesi è rappresentata dal trattato commerciale da essi stipulato verso la fine del '400 con il comune di Piacenza. Nell'agosto del 1492, desiderando i Codognesi di estendere il loro commercio, chiesero alla comunità di Piacenza di essere dichiarati cittadini di quella città, offrendo una certa somma in compenso del passaggio e del dazio delle mercanzie: al che, ottenendo il privilegio non sarebbero stati più temuti.Per pubblico decreto della città di Piacenza, erogato il 21 agosto. Così Codogno, in senso di gratitudine, inserì nel proprio stemma, che rappresentava il melo cotogno, la lupa, emblema di Piacenza, legandovela con una catena d'oro. Questa singolare iniziativa di  "mercato unico" fra comuni indipendenti si pone come esempio di buon senso e di concretezza, oltre che di notevole autonomia decisionale dei membri della comunità nei confronti del signore e feudatario.

Questi privilegi vennero confermati nel 1499 (18 dicembre) nell'occasione che Gia Giacomo Trivulzio, feudatario di Codogno e generalissimo dell'esercito di re Luigi XII di Francia, si trovava in Piacenza nel 1530: indi nel 1587; e, da ultimo sotto il dominio dell'infante di Spagna don Filippo, duca di Parma, Piacenza e Guastalla.

Ottaviano Sforza, vescovo di Lodi, tentò di riavere il feudo di Codogno, come appartenente alla Mensa vescovile di Lodi (1499) ; ma la sua opera non ebbe risultato.

Nel 1629 e 1630, alloggiarono in Codogno i Lanzichenecchi diretti all'impresa di Mantova.

In quegli anni la famosa peste miete in Codogno, allora di 5000 abitanti, ben mille vittime.

La signoria dei Trivulzio durò fino alla morte del principe Antonio Teodoro, che non lasciò figli maschi: i codognesi colsero così l'occasione di liberarsi dal giogo feudale, malgrado le pretese della vedova di succedere al marito, ed ottennero in perpetuo il titolo di "regio borgo" dal re di Spagna Carlo II, il 6 giugno 1679.

Filippo V re di Spagna, passò da Codogno il 5 ottobre 1702, e in quell'occasione , gli fu chiesto che al borgo venisse riconosciuta la dignità civica.

Oltre a Carlo II e a Filippo V di Spagna, passarono da Codogno vari sovrani: gli imperatori d'Austria Giuseppe II e Francesco I e il re di Napoli Ferdinando IV: tutti visitarono il luogo delle famose casere per la fabbricazione del formaggio.

Feudatari i Triulzi, ebbe origine in Codogno (1462) il primo ospedale, per lascito di Manfredino Gibelli: ospedale che venne, assieme ad altri esistenti in Codogno, concentrato nell'ospedale civico, cui, sulla fine del secolo XVIII, vi eresse, con magnifico disegno, il celebre architetto milanese Felice Soave.

Dal censimento 1931, Codogno figura con una popolazione di 10.888 abitanti.

Codogno alla grande guerra ha dato 180 caduti con una medaglia d'oro.Il bellissimo monumento ai caduti è opera del celebre scultore Arturo Dazzi.

 

Economia

 

La florida attività economica, era sostenuta anzitutto dall'agricoltura , sempre più redditizia grazie alle opere di bonifica e di canalizzazione delle acque. Uno tra i più caratteristici prodotti agricoli di Codogno, fino ai primi decenni del XX secolo, era il lino, al quale si aggiunse in seguito la produzione della seta, consentita dalle fitte piantagioni di gelsi, ma l'avvento del cotone, indubbiamente più economico segnò la fine dei setifici che si erano sviluppati nella zona.

La maggiore attività di Codogno, tuttavia, fu, fin dall'epoca medioevale, quella casearia, che ebbe il suo prodotto principale nel formaggio di grana. I documenti di storia locale dicono che l'esportazione annua, nel XVII secolo, arrivava a circa 40.000 forme, il che tradotto in peso, equivale alla bellezza di 11.000 quintali.

Codogno si impose dunque come la capitale del formaggio di grana e fu anche il primo paese d'Italia ad esportarlo all'estero, quando l'imperial regio governo austriaco volle mandare il Brasile una nave carica dei prodotti più rappresentativi dell'impero asburgico.

Qui sorse nel 1880 la prima industria italiana del settore lattiero-caseario, la Zazzera, e quindi la Polenghi, trasferita poi a Lodi nel 1901.

 

Chiese e Edifici Storici

 

Parellelamente allo sviluppo economico, gli altri aspetti della vita associata, l'assistenza, la cultura, la religione, si affermarono e trovarono espressione in un intenso incremento edilizio, che tra il 1500 e il 1900 venne configurando il volto cittadino.

Eretta fra il 1511 e il 1520 la chiesa parrocchiale dedicata a San Biagio e a Maria Immacolata è sicuramente il più importante edificio religioso cittadino. La facciata , assai semplice ed elegante,  di stile rinascimentale tendente al barocco, in pietra  "fricata" e cotto, è opera dell'architetto cremonese Giovanni Battista Regorini ed è spartita in due ordini, con una finestra serliana sormontata dalla statua di San Biagio nel superiore, ed un sobrio pronao, opera di Giovanni Battista Giussani nell'inferiore. La torre campanaria fu costruita nel 1623. L'interno è a croce latina, a tre navate con dodici cappelle laterali: vi predomina, nella decorazione marmorea degli altari e della balaustra, l'eleganza barocca. Pregevoli tavole e tele adornano le cappelle: una Natività di scuola leonardesca lombarda della prima metà del cinquecento, attribuita con qualche incertezza a Bernardino Luini; due tele raffiguranti San Sebastiano e San Giacomo, della bottega dei Piazza; una grande tela di Callisto Piazza da Lodi, datata 1533 e raffigurante l'Assunta , Santi ed i principi  Trivulzio, nella cappella Trivulzio; una grande tela con la Vergine, San Carlo Borromeo e San Francesco, del Crespi; affreschi nella cappella del Rosario attribuiti al Morazzone, e ancora una Maddalena penitente del Procaccini, quadri di scuola bergamasca e cremonese.

Fra le altre chiese, notevole è il santuario della Beata Vergine di Caravaggio: fu eretto tra il 1711 e il 1714, sul luogo dove già sorgeva un modesto sacello dedicato alla Vergine taumaturgica, apparsa ad una contadina di Caravaggio il 26 maggio 1432, ed il cui culto si era rapidamente diffuso in tutta la Lombardia. Un ulteriore evento miracoloso aveva colpito la fantasia popolare: alcuni contadini, in una sera invernale, stavano giocando a carte in una stalla e, mancando l'olio per la lucerna, erano andati a prendere il lume che ardeva davanti all'altare della Madonna. Ma la lampada , una volta portata nella stalla , si spense, per riaccendersi da sola se veniva ricollocata davanti alla sacra immagine. Il fenomeno si ripetè più volte e così cominciarono ad affluire persone desiderose di quel1'olio, ritenuto taumaturgico, che venne distribuito in piccole dosi a malati ed infermi. La fede popolare ed il concorso di elemosine e di doni, indussero il vescovo di Lodi Ortensio Visconte ad approvare il progetto di una nuova chiesa, il cui disegno fu opera dell'architetto codognese Carlo Antonio Albini. La chiesa fu terminata nella prima metà del XIX secolo.

Essa si presente all'esterno semplice e severa, con la facciata molto sviluppata verticalmente, in tre piani adorni di nicchie, lesene e frontoni. Quattro piccoli e snelli obelischi  fiancheggiano l'alto timpano ed una leggera cupola a bulbo fa da coronamento. L'interno è ad una sola navata, a croce latina, con una ricca cripta a otto arcate adorna di preziosi marmi policromi. La decorazione a stucchi dorati, mosaici e pitture presenta reminescenze berniniane e grazie tardo-barocche. Il quadro sopra l'altare maggiore è del pittore cremonese settecentesco Giovanni Angelo Borroni, cui si deve anche il S. Michele Arcangelo dell'altare di sinistra ed il transito di San Giuseppe dell'altare di destra. Più recente è la decorazione affrescata della cupola, del contemporaneo pittore bergamasco Arzuffi.

All'esterno il santuario della Vergine di Caravaggio spicca al termine di un bel viale alberato progettato nel 1715 d a Cristoforo Bignami ed ampliato nel 1799, come pubblico passeggio, che raggiunge l'Ospedale Civile.Costruito in sobrie ed eleganti forme neoclassiche, quest'ultimo venne edificato tra il 1779 e il 1781 su progetto dell'architetto milanese Felice Soave. Oggi l'Ospedale Vecchio, sostituito da uno più moderno, è sede di mostre e di manifestazioni artistiche.

Un'altro edificio degno di nota è la chiesa delle Grazie, detta comunemente "dei frati", in quanto vi era annesso il convento dei francescani riformati: ad una sola navata ampia e maestosa, è opera settecentesca di Marco Antonio Barattieri; vi fu aggiunto circa un secolo più tardi un classico chiosco quadrilatero a quattordici arcate, addossato alla facciata con un alto pronao. Notevoli nell'interno sei bassorilievi in legno intagliato, sotto le mense degli altari, opera barocca di Antonio e Francesco de Dirone, laici minori del convento. Il convento dei francescani, presso i quali vi era una scuola di grammatica, filosofia,e teologia, fu soppresso nel 1680, e fu riacquistato negli ultimi decenni del secolo scorso da madre Francesca Cabrini, sant'angiolina, ma codognese di adozione, che vi fondò il proprio istituto delle missionarie del Sacro Cuore.Oggi nel museo adiacente alla chiesa delle Grazie vi è un museo cabriniano, con ricordi e cimeli della Santa.

Degni di menzione sono anche la chiesa di San Teodoro, detta  "del Cristo", ritenuta la più bella di Codogno, per la purezza delle linee architettoniche e l'ardita cupola, racchiusa in un alto tiburio ottagonale, opera dell'ingegnere  Carlo Antonio Albino, della prima metà del XVII secolo; la chiesa di Santa Maria della Neve; la chiesa di San Giorgio, cui era annesso un convento, ora inglobato nell'edificio della casa di riposo per anziani. Un numero singolarmente elevato di chiese, dunque (senza contare che tante altre sono state nel frattempo abbattute o trasformate), che testimonia dell'intensa pietà religiosa dei codognesi, oltre che della capacità dei costruttori e degli artefici locali.

Una menzione meritano altri palazzi civili di elegante architettura: il Palazzo Folli-Bignami, il Palazzo Ferrari-Cattaneo, il Palazzo Belloni, il Palazzo Trivulzio ed alcune belle ville signorili in stile eclettico degli inizi  del  '900, come la Villa Biancardi e la Villa Polenghi.

Codogno ha dato i natali a numerosi pittori: Angelo Pietrasanta, Giorgio Belloni e il nipote Beppe Novello, Enrico Groppi e Pietro Belloni Betti.

 

Sagre e Feste Popolari

 

Un fitto calendario di manifestazioni pubbliche e di feste popolari testimonia l'amore per le tradizioni ed il folklore che Codogno conserva accanto alla vivacità commerciale.

La più importante di queste scadenze è la Fiera Autunnale novembrina, che si tiene ininterrottamente dal 1790 è reclamizzata da un manifesto con "l'omino con il tabarro", disegnato da Beppe Novello, che rappresenta il tipico allevatore-mediatore della Bassa.

La fiera è una rassegna zootecnica agricola di grande prestigio nazionale, che si accompagna ad un colorito mercato, con attrazioni varie ed iniziative culturali ed artistiche promosse da associazioni locali.

Un'altra data popolare è quella cosiddetta "sagra di nosti furmai", che cade la seconda domenica di ottobre e celebra gli antichi fasti della città legati al settore caseario, con vendita promozionale di grana e distribuzione di  "pulenta e raspadura", sottilissime scaglie di grana giovane, raschiate dalla forma con un coltello affilato e messe a sciogliere in una bella polenta fumante.

 

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